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Meteo WebAmbiente: grazie a Wildlife Economy la fauna selvatica diventa una ...Meteo WebCosì Bernardino Ragni, biologo dell'ambiente, ha presentato alla Camera dei deputati il suo saggio 'Wildlife economy – Nuovo Paleolitico, ovvero mettere a frutto una materia prima abbondante e rinnovabile', incentrando la discussione in modo ...altro »

Parte dall’Umbria la proposta di una Widlife Economy, ossia quella di “un’utilizzazione economica di una parte della fauna selvatica italiana, quella suscettibile di essere tecnicamente amministrata, imitando l’approccio che gli umani adottavano nei confronti della stessa precedentemente all’invenzione dell’agricoltura, in chiave moderna“. Insomma, “la fauna selvatica può essere vista non come mero oggetto di contemplazione o, al contrario, di consunzione, bensì come “risorsa rinnovabile” da usare ragionevolmente”. Così Bernardino Ragni, biologo dell’ambiente, ha presentato alla Camera dei deputati il suo saggio ‘Wildlife economy – Nuovo Paleolitico, ovvero mettere a frutto una materia prima abbondante e rinnovabile‘, incentrando la discussione in modo particolare sulla gestione della fauna selvatica nel quadro di una innovativa visione di economia sostenibile.

Ragni è ricercatore di biologia animale e professore di zoologia ambientale e di gestione faunistica presso l’Università di Perugia, ed è esperto di biologia e conservazione dei tetrapodi, uso sostenibile e conservazione delle risorse naturali viventi, del paesaggio, del territorio nonché membro della Species Survival Commission e del Cat Specialist Group dell’Iucn, The World Conservation Union e fondatore della Società italiana di biologia ambientale. Alla presentazione è intervenuta Marina Sereni, vicepresidente della Camera dei deputati: ”Abbiamo voluto presentare questo saggio – ha spiegato, introducendo la conferenza – per avviare un’interlocuzione nel luogo in cui non solo si fanno le leggi ma anche dove si impostano le politiche e si programmano scelte che influenzano economia e ambiente”. Il saggio sulla Wildlife Economy, d’altra parte, rappresenta anche una provocazione culturale: ”Lo studio del professor Ragni – ha aggiunto Sereni – è molto intrigante, è un modo per mettere davanti ai nostri occhi una risorsa che noi non consideriamo mai, che invece è naturale, tendenzialmente illimitata e sicuramente rinnovabile. Una risorsa che può essere messa a frutto dal punto di vista economico attraverso una gestione sostenibile e intelligente. E’ quindi anche un modo per tenere insieme chi pratica lo sport della caccia e chi è preoccupato per la conservazione delle risorse naturali, per superare scontri ideologici tra cacciatori e ambientalisti. Si tratta di un’idea innovativa che può diventare interessante dal punto di vista economico per molte aree rurali del nostro Paese che sono state abbandonate e non sono più coltivate”.

E proprio sulle possibili applicazioni della filosofia-progetto al territorio nazionale è intervenuto Andrea Sisti, agronomo, presidente del Consiglio dell’Ordine nazionale dei dottori agronomi e dei dottori forestali (Conaf) e della Asociacion Mundial de los Ingenieros Agronomas – World Association of the Agronomists: ”Negli ultimi venti anni -ha detto- molti terreni agricoli sono stati abbandonati sul territorio nazionale: è opportuno discutere in maniera più assidua su come dare funzioni nuove a questi luoghi, coniugando le nuove tecnologie con la conoscenza e formando i nuovi ricercatori in un crogiuolo nuovo, meno settoriale”. ”Dopo un quarto di secolo -ha sottolineato Francesco Bongiovanni, dirigente Ufficio Produzioni animali Mipaaf, parlando della legislazione vigente sulla caccia- sarebbe il caso di riprendere a ragionare sulla legge 157: in questo lasso di tempo molti sono stati i cambiamenti, alcune specie sono aumentate a dismisura altre diminuite. Il lupo e il cinghiale, nell’ottica della Wildlife Economy, da problema potrebbero diventare risorsa”. Il volume tratta, dunque, di economia sostenibile, ‘buona’ per l’attuale realtà italiana, nonché europea e qualsiasi altro luogo del Pianeta dove sia rimasta terra, erba, alberi.

“Ancora oggi -ha spiegato l’autore – la gran parte del territorio nazionale è caratterizzata da spazi dove si pratica o si praticava attività agronomica (agri-coltura, zoo-coltura, selvi-coltura). A partire dagli anni Sessanta dello scorso secolo, porzioni sempre più vaste di territorio rurale risultano abbandonate, sia per un progressivo cambiamento del modello socio-culturale della popolazione, sia, sempre più marcatamente, perché il costo complessivo finale dei prodotti non risulta convenientemente inferiore al loro prezzo di vendita, imposto dal mercato“.

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